Dal 3 settembre scatta il divieto di esportare verso l’Unione europea diverse produzioni agroalimentari di origine animale. La Commissione ha recepito le osservazioni di numerosi Stati membri e della stessa Confagricoltura sul divario tra le regole di produzione brasiliane e quelle europee.
È entrato in vigore il 3 settembre il provvedimento della Commissione europea che vieta al Brasile l’esportazione nell’Unione europea di diversi prodotti agroalimentari di origine animale. Lo stop riguarda in particolare bovini, equini, pollame, uova, prodotti dell’acquacoltura, miele e budella.
Il nodo della reciprocità
La decisione arriva dopo le segnalazioni di numerosi Stati membri e di Confagricoltura, che aveva messo in evidenza la distanza tra gli standard produttivi dei due sistemi. Nel Paese sudamericano l’impiego di antimicrobici e di ormoni della crescita negli allevamenti si colloca ben al di fuori dei limiti fissati in Europa.
Gli allevamenti europei, al contrario, operano entro un quadro normativo che riguarda non solo il benessere animale, ma anche la tracciabilità della filiera, la salubrità del prodotto finale e la trasparenza di ogni fase produttiva, macellazione compresa. Una asimmetria che, secondo l’organizzazione, si traduce nel mancato rispetto del principio di reciprocità degli standard negli scambi commerciali.
Gli effetti dell’accordo Mercosur
Dall’entrata in vigore dell’accordo Mercosur, il primo maggio scorso, si sono registrati casi di inadeguatezza delle importazioni provenienti dal Brasile, che è il primo produttore mondiale di carne bovina.
Il dato sui flussi commerciali conferma la tendenza: nei primi sei mesi del 2026 il Brasile è stato l’unico Paese ad aumentare le proprie esportazioni verso l’Unione europea, mentre l’export degli altri principali fornitori è risultato in calo.
Per Confagricoltura è essenziale che il principio di reciprocità venga tutelato, sia a garanzia della salute dei consumatori sia per la competitività delle imprese agricole europee.
Perché riguarda anche le imprese marchigiane
Il tema tocca da vicino gli allevamenti del nostro territorio, chiamati a sostenere costi di produzione più elevati proprio in ragione degli standard sanitari, di benessere animale e di tracciabilità imposti dalla normativa comunitaria. Regole che rappresentano un valore per il consumatore, ma che diventano un fattore di svantaggio competitivo quando i prodotti importati non sono soggetti ai medesimi obblighi.